lunedì 26 gennaio 2009

sighit Sì, siamo tutti stupratori

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Il crescendo di parole in libertà, balle spaziali, barzellette e battute ai comizi prima su un lager nazista ora sugli stupri, da tre settimane ha come palcoscenico esclusivo la Sardegna, festosamente oggetto di un'invasione che dovrebbe rallegrarla.Eppure 'è chi parla di aggressione inaudita, di assedio offensivo. Purtroppo siamo fra questi ingrati. Siamo stati i primi e i soli a denunciare questo scandalo che vede gli apparati di Stato e di governo, con le tv “pubbliche” (per non parlare degli scandalosi Tg5 e Rete 4 e Italia Uno, più i bollettini televisivi regionali) militarizzati per la campagna elettorale di “Berlusconi presidente”. Non a favore del candidato-fantoccio Cappellacci ma esclusivamente contro Renato Soru. A spese nostre, utilizzando il ruolo e le prerogative della presidenza del Consiglio. Occupando indebitamente a saturazione, a reti e anche testate unificate, tutto lo spazio possibile. Il potere governativo allargato (nella partita sono entrati alcuni vescovi sardi, arruolatisi come mons. Mani fra i cappellani di Forza Italia: il premier invocava missionari e ha trovato prelati) e quello mediatico sono schierati contro un esponente delle istituzioni: qual è il presidente uscente della Regione. Al quale nulla è concesso in termini di contraddittorio e di spazio nei tg: dove scorrono solo gli insulti del Cavaliere e a oltranza compare - accanto a Berlusconi - il suo maxi-orsacchiotto Cappellacci, detto “ridere sì, parlare no”, tranne su imbeccata del premier-piazzista. A Soru non resta che querelare Berlusconi per le parole infamanti su 30 milioni andati a Tiscali dall'appalto Saatchi: annullato, come è noto a tutti, senza che un solo euro della dotazione sia uscito dalla casse regionali. Ma che importa? Diffamate, diffamate, qualcosa resterà. In caso di processo, c'è sempre il lodo Alfano, lo scudo spaziale che il ministro-ex segretario personale ha alzato a protezione del suo premier.
Ma intanto, sulla scia del committente e sponsor, il candidato-fantoccio felicissimo della sua patetica visibilità genere Andy Luotto (il finto arabo fisso alle spalle di Renzo Arbore) continua anche lui a dare i numeri. Aveva cominciato alla Fiera, il 10 gennaio: eleggetemi e la Sardegna avrà centomila posti di lavoro in Sardegna (ma 25 mila sarebbero di troppo: sono 75 mila i disoccupati sardi, gli ha ricordato il solito “torvo” Soru). Galvanizzato da padron Silvio (decuplicherà i soldati anti-stupro nelle strade, da tre a trentamila: le mille balle blu si innalzano nel cielo d'Italia), Cappellacci si adegua alla sparate. Bonus di cinquemila euro a ogni disoccupato sardo entro i primi cento giorni se sarà presidente. Centomila posti, cinquemila euro, cento giorni di napoleonica ma infausta memoria: dove arriverà il simpatico maxi-orsacchiotto del Cavaliere? “Sardegna, volta pagina”, grida l'Unione Sarda nelle tre pagine domeinicali per Berlusconi, nelle prime Soru ovviamente non è neanche nominato: basterebbe voltare giornale. Numerì in libertà anche sui sondaggi: venti giorni prima Cappellacci era in crescita, sabato avanti di tre punti, il giorno dopo quattro su Soru. Ancora due settimane e vincerà col 99,9 per cento.
È proibito, illegale milllantare pubblicamente i sondaggi in questo modo, vietatissimo a ridosso delle urne. Ma ogni legge va sottomessa a Berlusconi, lui le può violare tutte e nessuno fiata. Eppure è segno di paura, questo sbandierare vantaggi: inesistenti. Non perché sia Soru a replicare difensivamente d'essere in testa di sei lunghezze. Perché è ben noto e largamente ammesso che Soru sta reggendo benissimo all'assedio berlusconiano. A destra non pochi temono addirittura che l'asfissiante presenza del premier faccia scattare un riflesso patriottico per Soru e penalizzi il rivale sempre più ectoplasmatico. Resta il fatto che Berlusconi, capo del governo, viola le regole che lui dovrebbe per primo far rispettare. Ma soprattutto la decenza istituzionale, la dignità del ruolo gettandola a spese dei contribuenti in una forsennata campagna da agit prop con toni sempre più squallidi. In un momento di inaudita gravità per l'Italia, mostra la statura di statista esibendosi al peggio.

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domenica 25 gennaio 2009

sighit Gaza, la Grecia e l'importanza della solidarietà

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Lotta al sionismo
Ci sono concreti legami tra l’omicidio da parte della polizia di Alexis Grigoropulos in Grecia, quello di Oscar Grant a Oakland e l’omicidio sionista di massa di Gaza. Il ruolo centrale degli USA e di Israele nello sviluppare un sistema globale di repressione poliziesca non è estraneo alla loro storia comune di stati nati dalla colonizzazione. Come hanno scritto Aime Cesaire, Franz Fanon ed altri, è nelle colonie che si sono sviluppati i metodi, l’apparato e l’ideologia del fascismo. Campi di concentramento, leggi speciali che espropriano intere popolazioni in base alla “razza”, e sistematico annientamento dei popoli: l’Europa ha fatto questo in Africa, nel mondo arabo e nelle americhe prima di rivolgersi al suo interno. E’ nelle colonie che nascono intere nuove classi la cui esistenza dipende dalla repressione: le varie formazioni militari e paramilitari della guarnigione coloniale diventano la polizia, mercenari e guardiani dello stato totalitario. Germania, Italia e Spagna avevano reclutato le loro forze repressive dalle colonie. I coloni algerini furono il fronte più fascista del potere politico in Francia e minacciarono di prendere il controllo del paese e di imporre la dittatura militare al tempo in cui la Francia si ritirò dalla sua colonia Ogni volta che “la frontiera pionieristica” è più attiva, altrettanto lo è lo sviluppo del potere repressivo assassino. Gli Stati Uniti hanno messo a libro paga mercenari e società sionisti per rafforzare la propria sicurezza nazionale. La Elbit Systems—la compagnia israeliana che ha progettato e costruito il muro allo scopo di far morire di fame le comunità palestinesi—ha ottenuto l’appalto dagli USA per la costruzione del muro alla frontiera con il Messico e per lo sviluppo dei sistemi di sicurezza delle linee aeree. La Instictive Shooting International—ora rinominata Security Systems International—ha fornito mercenari israeliani per la “sicurezza” a New Orleans a seguito del disastro Latrina, e oggi organizza regolarmente, in Israele, l’addestramento della polizia e della Guardia Nazionale americane. La repressione è oggi l’industria internazionale più importante di Israele—tutto ciò che in realtà deve esportare. Il fallimento ad opporsi al sionismo come ideologia e come potere materiale è un fallimento ad opporsi ad un fronte di potere repressivo e razzista all’interno della nostra società. Questa è stata una delle principali pecche nell’organizzazione di movimenti per la giustizia sociale, l’antirazzismo e il pacifismo. Per prendere l’esempio più lampante, la forza del sionismo all’interno dei sindacati è stato un fattore determinante per la loro trasformazione in istituzioni filo-imperialiste.
Solidarietà
I greci hanno capito che la solidarietà significa riconoscere i punti nevralgici in cui la lotta può diventare effettiva. Gli Stati Uniti sono il fulcro del sistema del genocidio e della repressione globale. L’apparato concreto qui si trova in ogni città principale e, in tutto il paese, anche in alcune più piccole: fabbriche di munizioni, basi militari, centri d’addestramento. In pratica, ogni importante università ha i propri centri di ricerca per sviluppare gli strumenti dell’omicidio di massa, e i propri istituti accademici per teorizzare strategie di potere repressivo. Ma questa ampiezza rappresenta anche la loro debolezza. La strategia principale della sicurezza è la depoliticizzazione: semplicemente, non c’è modo per difendere così tanti centri di violenza da un movimento che intende seriamente ostacolarli. I greci hanno dato un piccolo esempio di come un movimento simile dovrebbe essere. Fermiamo il flusso delle armi alla fonte.

Originale: Palestine Think TankArticolo originale pubblicato il 20/1/2009L’autoreDiego Traversa e Mary Rizzo sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6912&lg=it

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mercoledì 21 gennaio 2009

sighit..., La guerra israeliana è finanziata dall’Arabia saudita

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L’Egitto, l’Arabia Saudita e 10.000 paramilitari arabi con Israele
È il punto nuovo nel Vicino-Oriente. Per la prima volta una guerra israeliana non è finanziata dagli Stati Uniti, ma dall’Arabia Saudita. Riad paga per schiacciare il principale movimento politico sunnita che non controlla, Hamas. La dinastia del Saud, sa che deve distruggere ogni alternativa sunnita nel Vicino-Oriente per mantenersi al potere, è per questo che ha fatto la scelta del sionismo musulmano. L’Egitto, quanto ad esso, teme un’estensione, attraverso i fratelli musulmani, delle sommosse sociali. La strategia militare resta tuttavia statunitense, come in occasione della guerra del 2006 contro il Libano.

I bombardamenti non sono concepiti per eliminare i combattenti, cosa che ho indicato sopra, non ha senso in ambiente urbano, ma deve paralizzare la società palestinese nell’insieme. È l’applicazione della teoria dei cinque cerchi di John A. Warden III.

In definitiva, sempre secondo Haaretz, Ehud Olmert, Ehud Barack e Tzipi Livni hanno deciso la guerra il 18 dicembre, cioè alla vigilia della scadenza della tregua. Il National Information Directorate ha organizzato una simulazione, il 22 dicembre, per preparare le menzogne che servivano a giustificare il massacro.

L’operazione è cominciata il 27 dicembre in modo da evitare che il papato possa immischiarsi. Benedetto XVI°, tuttavia, ha evocato nel suo messaggio di Natale “un orizzonte che sembra ridiventare scuro per gli Israeliani ed i palestinesi”.

Ritorniamo al teatro dell’operazione.

L’aviazione israeliana ha preparato il terreno per una penetrazione terrestre, che apre la via ai paramilitari Arabi. Secondo le nostre informazioni, circa 10.000 uomini sono attualmente ammassati presso Rafah. Esercitatisi in Egitto ed in Giordania, sono agli ordini dell’ex-consulente nazionale della sicurezza di Mahmoud Abbas, il generale Mohammed Dahlan (l’uomo che organizzò l’avvelenamento di Yasser Arafat per conto degli Israeliani, secondo documenti resi pubblici due anni fa). Sono destinati a svolgere il ruolo che era stato attribuito alla milizia di Elie Hobeika, a Beyrouth, quando le truppe di Ariel Sharon circondarono i campi profughi di Sabra e Chatila.

Tuttavia, la troika sionista esita a lanciare i suoi “cani da guerra” finché la situazione militare all’interno della striscia di Gaza resta dubbia. Da due anni numerosi resistenti palestinesi sono stati formati alle tecniche della guerriglia da Hezbollah. Benché siano, in teoria, sprovvisti delle armi necessarie a questo tipo di combattimento, si ignora quali siano la loro esatta forza. Una sconfitta sul campo sarebbe una catastrofe politica per Israele, dopo la sconfitta del suo esercito in Libano, nel 2006, e dei suoi istruttori in Georgia, nel 2008. È sempre possibile ritirare rapidamente i propri blindati da Gaza, ma non sarà lo stesso ritirare i paramilitari Arabi.

L’Unione europea ha fatto appello per una tregua umanitaria. Israele ha risposto che ciò non era necessario, poiché non ci sono altre crisi umanitarie dall’inizio dei bombardamenti. Per prova della sua buona fede, presumibilmente, “lo Stato ebreo” ha lasciato entrare alcune centinaia di autocarri con aiuti alimentari e medici… per i 1400000 abitanti.

In ogni guerra che Israele ha condotto in violazione del diritto internazionale, un palcoscenico diplomatico è stata organizzato per permettergli di guadagnare tempo, mentre gli Stati Uniti bloccavano ogni risoluzione del Consiglio di sicurezza. Nel 2006 furono Romano Prodi e la conferenza di Roma. Questa volta è il presidente francese, Nicolas Sarkozy, che produce l’intrattenimento. Ha annunciato che dedicherebbe due giorni del suo tempo prezioso, per regolare un problema dove gli altri falliscono da 60 anni.

Non lasciando affatto dubbi sulla sua parzialità, il sig. Sarkozy ha inizialmente ricevuto all’Eliseo il ministro israeliano degli affari esteri, Tzipi Livni e il capo sunnita saudo-libanese Saad Hariri, ed ha avuto un colloquio telefonico con il presidente Egiziano Hosni Moubarak, il presidente marionetta dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ed il primo ministro Israeliano Ehud Olmert.

Thierry Meyssan

Giornalista e scrittore, presidente del Réseau Voltaire.


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Traduzione di Alessandro Lattanzio


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[1] La densità di popolazione era calcolata, dall’ONU, nel 2005 a 3823 abitanti per km2. Sarebbe aumentata da 12 al 16 per mille.

[2] “Disinformation, secrecy and lies : How the Gaza offensive came about”, di Barak Ravid, Haaretz 31 dicembre 2008.
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sighit.. La guerra israeliana è finanziata dall’Arabia saudita

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L’offuscamento della nuova amministrazione USA Resta il fatto che questa operazione si volge durante il periodo transitorio della presidenza statunitense. Dal settembre 2008, gli osservatori attenti prevedevano che Barack Obama sarebbe andato alla Casa Bianca grazie al sostegno di una coalizione eteroclita che comprende il complesso eco-finanziario, il movimento sionista, i generali in rivolta ed i partigiani della Commissione Baker-Hamilton. Da parte mia, avevo annunciato questo risultato fin dal mese di maggio. Ma questa coalizione non ha posizioni definite sul Vicino-Oriente. I generali in rivolta ed i partigiani della Commissione Baker-Hamilton pensano assieme al loro mentore, il generale Brent Scowcroft, che gli Stati Uniti hanno sovraesteso i loro eserciti, e devono imperativamente limitare i loro obiettivi e ricostituire le loro forze. Si sono opposti ad una guerra contro l’Iran, ed al contrario hanno affermato la necessità di ottenere l’aiuto di Teheran per evitare la rovina in Iraq. Deplorano i tentativi di rimodellamento del grande Medio Oriente (cioè della modifica delle frontiere) e chiedono un periodo di stabilità. Alcuni di loro giungono perfino a raccomandare di fare passare la Siria e l’Iran nel campo atlantico forzando Israele a restituire il Golan e a risolvere parzialmente la questione palestinese. Propongono di ricompensare gli stati che naturalizzeranno i palestinesi e d’investire in maniera massiccia nei territori per renderli economicamente autosufficienti. Questa prospettiva significa la fine del sogno d’espansione sionista, tanto quanto la fine di alcuni regimi arabi sostenuti, fino a oggi, da Washington. Da parte loro, i sionisti statunitensi che hanno lanciato in politica Barack Obama, soltanto dodici anni fa, ai quali si sono aggiunti i Clinton, da quando Hilary s’è convertita al sionismo cristiano ed ha aderito alla Fellowhip Foundation, sostengono la prosecuzione del progetto di segregazione. Sulla la scia della lettera di George W. Bush ad Ariel Sharon e della conferenza di Annapolis, vogliono completare la trasformazione dei territori in bantustan. Uno o due stati palestinesi sarebbero riconosciuti dagli Stati Uniti ed i loro alleati, ma questo, o questi, stati non sarebbero sovrani. Sarebbero privi di eserciti, la loro politica estera e le loro finanze resterebbero sotto controllo israeliano. Se si riuscisse a sradicare la resistenza, alla fine si confonderebbero nel paesaggio, come le riserve indiane negli Stati Uniti. Preoccupati per il loro futuro comune, delegazioni egiziane, israeliane e saudite si sono riunite in Egitto in settembre ed ottobre 2008. Secondo una fonte della resistenza, al termine di questi negoziati, si è deciso che in caso di un’evoluzione sfavorevole di Washington, Israele lancerebbe una vasta operazione militare a Gaza, finanziata dall’Arabia Saudita, mentre l’Egitto farebbe entrare dei paramilitari a Gaza. Se parecchie volte, in passato, i governi arabi hanno lasciato campo libero ad Israele, è la prima volta che partecipano alla pianificazione di una guerra israeliana, costituendo così un asse sionista-musulmano. Informata in tempo reale dal capo di gabinetto Rahm Emanuel (doppio nazionalità Israeliana-USA ed ufficiale dell’intelligence militare israeliana) delle rapporti di forza nell’ambito del gruppo Obama, la troika Israele-Egitto-Arabia saudita ha avuto la notizia della ripartizione delle funzioni. I posti importanti al segretariato di Stato saranno affidati a protetti di Madeleine Albright e di Hillary Clinton. I due segretari di Stato aggiunti, James Steinberg e Jacob Lew sono sionisti convinti. Il primo è stato uno dei redattori del discorso di Obama presso l’AIPAC. Il Consiglio nazionale di sicurezza è in mano agli atlantisti, preoccupati che le provocazioni israeliane sfocino nell’interruzione dell’approvvigionamento energetico dell’occidente: il Generale Jones e Tom Donilon. Jones che era incaricato di seguire la conferenza di Annapolis, ha più volte espresso la sua irritazione di fronte alla mossa israeliana. Il segretariato alla difesa resta nelle mani di Robert Gates, un ex-assistente di Scowcroft ed un membro della Commissione Baker-Hamilton. Si prepara a dare il benservito ai collaboratori che ha ereditato da Donald Rusmfeld e che non aveva potuto trasferire prima, come ha già fatto con due maniaci anti-iraniani, il segretario all’aviazione militare Michael Wynne ed il suo capo di stato maggiore, il Generale T. Michael Moseley. Inoltre, Gates è riuscito ad imporre il suo amico Léon Panetta, già membro della Commissione Baker-Hamilton, alla testa della CIA. Riassumendo, la troika può sempre contare sull’appoggio diplomatico degli Stati Uniti, ma di più sul suo massiccio aiuto militare.
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Le autorità israeliane affermano agire per legittima difesa. Secondo esse, diversi lanci di razzi contro lo Stato ebreo hanno provocato la rottura unilaterale della tregua da parte di Hamas, il 19 dicembre 2008. Ma Hamas non ha rotto la tregua. Una tregua di sei mesi era stata conclusa tra Israele ed Hamas tramite l’Egitto, Israele si era impegnato ad interrompere il blocco della striscia di Gaza; l’Egitto si era impegnato a riaprire il punto di passaggio di Rafah, ed Hamas si era impegnato a fermare i tiri dei razzi contro Israele.

Tuttavia, Israele e l’Egitto non hanno mai adempiuto ai loro impegni. Hamas interruppe i tiri dei razzi per dei mesi. Li riprese a novembre, in seguito a una mortale incursione israeliana.

Traendo il bilancio della duplicità dei suoi interlocutori, Hamas ha giudicato inutile rinnovare un accordo a senso unico. I lanci dei razzi contro Israele hanno avuto luogo dal 2001. Circa 2500 tiri sono stati registrati in 7 anni. Hanno ucciso un totale di 14 Israeliani fino al lancio dell’offensiva. Non hanno fatto alcuna vittima tra la fine della tregua e l’ultimo attacco israeliano. Ma la nozione di difesa legittima suppone una proporzionalità dei mezzi, ma non è così ovviamente.

Tsahal ha impiegato una sessantina di bombardieri ed almeno 20000 uomini super-equipaggiati di fronte a resistenti armati di razzi rudimentali e di adolescenti forniti di pietre. È impossibile oggi calcolare i danni materiali ed umani. Al decimo giorno di bombardamenti, gli ospedali ed i servizi d’emergenza hanno contato 530 morti. Questa cifra non tiene conto delle vittime morte prima dell’arrivo degli aiuti, i cui corpi vengono recuperati direttamente dalle famiglie, senza informare i servizi sanitari. I feriti si contano a migliaia. In mancanza di medicine, non potranno ricevere le cure necessarie e saranno, per la maggior parte, menomati a vita. Le distruzioni materiali, quanto ad esse, sono considerevoli.

L’operazione è stata lanciata nel corso della festa di Hanoukka, giorno dello shabbat. È stata nominata “piombo fuso” seguendo una canzone di Haïm Nahman Bialik che si intona durante gli otto giorni di Hanoukka. In tal modo, Israele, che si considera “lo Stato ebraico”, connota questa operazione come causa nazionale e religiosa. Hanoukka commemora il miracolo dell’olio: per rendere grazie a dio, gli ebrei che avevano respinto i greci, accesero una lampada ad olio nel tempio senza prendere il tempo di purificarsi; ma mentre la lampada conteneva olio soltanto per un giorno, bruciò per otto giorni.

Legando l’operazione militare attuale al miracolo dell’olio, le autorità israeliane dicono alla loro popolazione che non è atto impuro uccidere i Palestinesi.

La guerra israeliana ha suscitato proteste in tutto il mondo. Le manifestazioni più importanti hanno avuto luogo in Turchia, dove hanno raccolto 700.000 persone. Il National Information Directorate, nuovo organo di propaganda collegato ai servizi del primo ministro, ha allora chiamato i diversi capi israeliani a sviluppare un’altra argomentazione. L’operazione “piombo fuso” sarebbe una battaglia “della guerra mondiale al terrorismo”, dichiarata dagli Stati Uniti e sostenuta dal mondo occidentale.

Infatti Hamas è considerata un’organizzazione terroristica da parte degli Stati Uniti, anche se formalmente non lo è per l’Unione europea. Il governo israeliano tenta di rilanciare la tematica “dello scontro delle civiltà”, cara all’amministrazione Bush, mentre l’amministrazione Obama, che entrerà in funzione il 20 gennaio, ha chiaramente annunciato che l’abbandonerebbe.

Questa gaffe retorica lascia prevedere le motivazioni reali dell’operazione. Queste sono tempo da ricercare allo stesso nella natura del confronto e nella particolarità dell’attuale operazione. La logica del movimento sionista è di adattarsi questa terra ripulendola etnicamente o, in caso contrario, di imporre un sistema di segregazione. I palestinesi sono allora parcheggiati in riserve, sul modello dei bantustan sudafricani; come la Cisgiordania da un lato, la striscia di Gaza dall’altro.

Ogni 5/10 anni, un’importante operazione militare deve essere spiegata per rompere le velleità di resistenza di questa popolazione. Da questo punto di vista l’operazione “piombo fuso” è soltanto un massacro in più, perpetrato da uno Stato che usufruisce dell’immunità totale da sessant’anni. Come ha rivelato Haaretz, il ministro della difesa Ehud Barack ha accettato la tregua di sei mesi soltanto per spingere i combattenti di Hamas ad uscire dall’ombra. Ha messo a profitto questo periodo per studiarli, allo scopo di distruggerli appena se ne fosse presentata l’occasione [2].
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martedì 20 gennaio 2009

sighit la prossima guerra di Israele...

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La polveriera mediorientale: uno scenario da terza guerra mondiale?
Nel 2006, quando Israele attaccò il Libano, la guerra fu presentata all'opinione pubblica internazionale come un conflitto tra Israele e l'Hezbollah. Essenzialmente la guerra del 2006 era un attacco israeliano contro tutto il Libano. Il governo di Beirut non riuscì a prendere posizione, dichiarò la propria “neutralità” e l'esercito libanese ricevette l'istruzione di non intervenire contro gli invasori israeliani. Ciò era dovuto al fatto che i partiti politici dell'Alleanza del 14 Marzo guidata da Hariri che dominava il governo libanese si aspettavano che la guerra finisse presto, che l'Hezbollah (loro avversario politico) fosse sconfitto e che gli fosse precluso qualsiasi ruolo significativo sulla scena politica libanese. È successo l'esatto contrario.

Inoltre, se il governo libanese avesse dichiarato guerra a Israele in risposta all'aggressione israeliana, la Siria sarebbe stata costretta da un trattato bilaterale libanese-siriano firmato nel 1991 a intervenire a fianco del Libano.

Nel caso di una futura guerra israeliana contro il Libano, assume importanza cruciale la struttura delle alleanze militari. La Siria potrebbe di fatto intervenire a fianco del Libano. Se la Siria entrasse nel conflitto, Damasco chiederebbe il sostegno di Teheran in base a un accordo bilaterale di cooperazione militare con l'Iran.

Si verificherebbe dunque un'escalation potenzialmente incontrollabile.

Se l'Iran dovesse intervenire a fianco di Libano e Siria in una guerra difensiva contro Israele, interverrebbero anche gli Stati Uniti e la NATO trascinandoci in una guerra più vasta.

L'Iran e la Siria hanno entrambi accordi di cooperazione militare con la Russia. L'Iran ha anche accordi bilaterali di cooperazione militare con la Cina. L'Iran fa inoltre parte della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o Gruppo di Shanghai). Gli alleati dell'Iran, che comprendono la Russia, la Cina, gli stati membri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbero essere tutti coinvolti nel conflitto allargato.

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Integrare l'Hezbollah nelle Forze Armate libanesi Anche Michel Aoun, leader del Libero Movimento Patriottico e del Blocco parlamentare per la Riforma e il Cambiamento, si è recato in visita a Teheran (12-16 ottobre 2008; prima della visita ufficiale di Michel Suleiman), e in seguito a Damasco (3-7 dicembre 2008). [17]

Michel Aoun, che è un figura centrale nel “consenso politico”, ha avallato e ribadito la sua alleanza politica con l'Hezbollah. Pur sollecitando il disarmo pacifico dell'Hezbollah nell'ambito della strategia di difesa libanese, Aoun ha accettato il fatto che i combattenti Hezbollah si integreranno nell'esercito libanese. Il processo di disarmo avverrà solo al momento giusto e quando Israele non rappresenterà più una minaccia per il Libano. L'Hezbollah ha ampiamente acconsentito a disarmarsi, se e quando non esisterà una minaccia israeliana alla sicurezza del paese. Questa posizione sulle armi dell'Hezbollah è specificata nella clausola 10 (La Protezione del Libano) del memorandum di intesa con l'Hezbollah del 6 febbraio 2006 che Michel Aoun ha firmato a nome del suo partito politico, il Libero Movimento Patriottico. Rientrato da Teheran, Aoun ha anche presentato le sue argomentazioni a favore della formazione di una nuova strategia di difesa libanese e ha annunciato che l'esito del suo viaggio in Iran si sarebbe concretizzato nel giro di circa sei mesi. Aoun ha detto anche che l'Iran, in quanto “grande potenza regionale tra il Libano e la Cina”, assume un'importanza strategica per gli interessi libanesi. [18]

Gli amici politici di Washington in Libano sono allarmati dalla direzione che sta prendendo il paese grazie alla nuova strategia di difesa. Hanno criticato gli acquisti di armi dall'Iran e la cooperazione difensiva con la Siria. Hanno anche attaccato il viaggio in Siria del Generale Jean Qahwaji su incarico unanime del governo libanese. [19]

Inoltre, queste forze libanesi pro-Stati Uniti premono per una “politica di difesa neutrale” “alla svizzera”. Una simile posizione di “neutralità” sarebbe vantaggiosa per gli Stati Uniti e Israele da un punto di vista geopolitico e strategico. Inutile dire che con l'incombente minaccia di un'aggressione militare israeliana questa posizione si sta dimostrando alquanto popolare in Libano. Porre fine alle pressioni israelo-americane su Beirut per naturalizzare i rifugiati palestinesi La formazione di una nuova e attiva dottrina della difesa implica che i combattenti dell'Hezbollah verranno incorporati nelle Forze Armate libanesi e che le attuali forze paramilitari dell'Hezbollah saranno sciolte quando si realizzeranno determinate condizioni. Dunque si risolverebbe così una cruciale questione politica del Libano. Con l'integrazione dei combattenti Hezbollah nell'esercito del paese e con l'assistenza militare della Russia e dell'Iran il Libano acquisirebbe capacità difensive che gli permetterebbero di affrontare la minaccia dell'aggressione militare israeliana. Questi sviluppi, contrari al tipico schema di regimi mediorientali clienti degli Stati Uniti modellati sull'esempio dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, hanno allarmato Tel Aviv, Washington e Londra. A seguito del ravvicinamento del Libano alla Russia e all'Iran, due alti funzionari del Dipartimento di Stato americano sono stati mandati in tutta fretta a Beirut nel mese di dicembre. [20]

Durante la loro missione, Dell Lee Dailey e David Hale, rispettivamente Coordinatore dell'Ufficio Contro-Terrorismo del Dipartimento di Stato e vice Segretario di Stato aggiunto per gli affari mediorientali, hanno rinnovato le velate minacce di un attacco israeliano contro il Libano attribuendone la responsabilità all'Hezbollah. [21]
Queste minacce sono dirette a tutto il Libano. Servono a impedire l'attuazione della sua nuova dottrina della difesa. Il tempo è agli sgoccioli per i tentativi di Israele, gli Stati Uniti e la NATO di ostacolare l'attuazione della nuova strategia di difesa nazionale di Beirut. Israele non avrebbe più pretesti per lanciare nuove incursioni militari nel Libano se l'Hezbollah dovesse diventare un partito politico a tutti gli effetti in base alla nuova strategia di difesa libanese. Inoltre, se Beirut fosse in grado, grazie a un nuovo accordo per la difesa, di proteggere i suoi confini dalle minacce militari, questo non solo porrebbe fine alle ambizioni di Tel Aviv di dominare politicamente ed economicamente il Libano, ma farebbe anche cessare le pressioni israeliane sul Libano per naturalizzare i rifugiati di guerra palestinesi che attendono di fare ritorno alle loro terre ancestrali occupate da Israele. Chiaramente la questione della naturalizzazione dei palestinesi in Libano è anche legata al processo di creazione del consenso politico interno e alla nuova strategia di difesa, ed è stata discussa da Michel Suleiman con le autorità iraniane a Teheran. [22]

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