martedì 20 gennaio 2009

sghit...La prossima guerra di Israele........

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Guerra lampo in preparazione Tel Aviv ha progettato una guerra lampo su vasta scala contro tutto il Libano che comprende anche un'invasione di terra immediata. [7]

Poco prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, le autorità civili e militari israeliane avevano promesso che nessun villaggio libanese sarebbe rimasto immune dalla furia dei bombardamenti aerei israeliani a prescindere dalla religione, la setta e/o l'orientamento politico[8]

In sostanza, Tel Aviv ha promesso di distruggere completamente il Libano. Israele ha anche confermato che in una guerra futura contro il Libano prenderà di mira l'intero paese e non il solo Hezbollah, cosa che in pratica era già successa negli attacchi aerei israeliani del 2006. [9]

Il Jerusalem Post cita le parole del Generale di Brigata Michael Ben-Baruch, uno degli addetti alla supervisione delle esercitazioni militari: “Nell'ultima guerra abbiamo sparato per smantellare l'attività dell'Hezbollah” e “La prossima volta spareremo per distruggere”. [10]

Dopo la sconfitta di Israele nel 2006, il governo israeliano ammise che il suo “grande errore” era stato quello che contenersi invece di attaccare il Libano con tutta la forza del suo esercito. Le autorità israeliane hanno dichiarato che nell'eventualità di una futura guerra contro i libanesi saranno prese di mira tutte le infrastrutture civili e statali. La nuova dottrina della difesa di Beirut: una minaccia per gli interessi e gli obiettivi israeliani per il controllo del Libano Perché il Libano è nuovamente nel mirino? La risposta è geopolitica e strategica. È anche legata a questioni di consenso politico e alle elezioni generali del 2009 in Libano. In seguito alla formazione di un governo di unità nazionale a Beirut sotto un nuovo presidente, Michel Suleiman (Sleiman), è stata concepita una nuova dottrina della difesa per il paese. L'obiettivo di questa dottrina è tenere a bada Israele e portare la sicurezza e la stabilità politica nel paese. Al dialogo per una “Strategia di Difesa Nazionale” tenutosi tra i 14 firmatari libanesi dell'Accordo di Doha, tutte le parti hanno concordato sul fatto che Israele rappresenta una minaccia per il Libano. Nei mesi precedenti alla campagna militare israeliana contro Gaza, Beirut ha intrapreso importanti passi diplomatici e politici. Il Presidente Michel Suleiman, accompagnato da vari ministri, ha visitato Damasco (la sua prima visita di stato bilaterale, 13-14 agosto 2008) e Teheran (24-25 novembre 2008). Anche il Generale Jean Qahwaji (Kahwaji), il comandante delle Forze Armate libanesi, è sato a Damasco (29 novembre 2008) per consultazioni con la sua controparte siriana, il Generale Al-Habib. Durante la visita a Damasco il Generale Qahwaji ha anche incontrato il Generale Hassan Tourkmani, il ministro della difesa della Siria e il Presidente siriano. [11]

Il suo viaggio seguiva la visita in Siria del ministro degli interni libanese, Ziad Baroud, e rientrava nello stesso ambito. [12] Nel frattempo il ministro della difesa del Libano, Elias Murr, si è recato in visita ufficiale a Mosca (16 dicembre 2008). Ciò che ha cominciato a emergere da questi colloqui è che sia Mosca che Teheran avrebbero fornito armi alle Forze Armate libanesi, che precedentemente erano equipaggiate con materiale militare di fascia bassa di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti hanno sempre proibito all'esercito libanese di procurarsi armi pesanti in grado di sfidare la forza militare israeliana. Si è anche saputo che la Russia avrebbe donato a Beirut 10 caccia MiG-29 in linea con la nuova strategia di difesa del Libano. [13]

L'impiego dei MiG-29 russi comporta anche l'installazione di sistemi radar e di rilevamento a distanza. Il Libano è inoltre interessato a carri armati, razzi anticarro, veicoli corazzati ed elicotteri militari russi. [14]
L'Iran ha proposto di fornire all'esercito libanese missili a medio raggio nel quadro di un accordo quinquennale di difesa tra l'Iran e il Libano. [15]
Durante la sua visita in Iran, Michel Suleiman ha incontrato i funzionari della difesa iraniani ed è andato a una fiera dell'industria della difesa iraniana. Se i colloqui con Mosca e Teheran servivano ad armare l'esercito libanese, i colloqui con i siriani erano volti a stabilire e consolidare un quadro comune di difesa e sicurezza diretto contro un'aggressione israeliana. [16]

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lunedì 19 gennaio 2009

sighit Vivere con i giorni contati in una terra rubata

torra agoa<

Il significato di tutto ciò è molto semplice. Gli israeliani non conoscono la causa palestinese. Dunque non possono che interpretare la lotta palestinese come una follia irrazionale e omicida. Nell'universo solipsistico giudeocentrico l'israeliano è una vittima innocente e il palestinese non è altro che un selvaggio assassino.

Questa grave situazione che impedisce all'israeliano di conoscere il suo passato distrugge la possibilità di una futura riconciliazione. Poiché l'israeliano è privo della minima comprensione del conflitto, non riesce a contemplare una soluzione che non comporti lo sterminio o l'epurazione del “nemico”. Tutto ciò che gli è dato di sapere è costituito dai fantasmatici resoconti della sofferenza ebraica. Il dolore palestinese gli è completamente estraneo. Il “diritto al ritorno” dei palestinesi suona alle sue orecchie come un'idea ridicola. Neanche gli “umanisti israeliani” più progressisti sono pronti a spartire la terra con i suoi abitanti autoctoni. Ciò non lascia ai palestinesi altra scelta che quella di liberarsi da soli a tutti i costi. È evidente che sul lato israeliano non c'è un interlocutore che sia disposto a dialogare per la pace.
I generali dell'Esercito israeliano lo sanno, i leader israeliani lo sanno. Ecco perché hanno trasformato la guerra contro i palestinesi in uno sterminio. Gli israeliani non intendono invadere Gaza. Laggiù non hanno perso niente. Vogliono solo porre fine alla Nakba. Sganciano bombe sui palestinesi per spazzarli via. Vogliono cancellare i palestinesi dalla regione. È ovvio che non funzionerà, i palestinesi resteranno. E non solo resteranno, ma il giorno del ritorno alla loro terra si avvicina quanto più gli israeliani mettono in pratica le loro tattiche letali.

Ed è esattamente qui che entra in gioco l'escapismo israeliano. Israele ha superato il “punto di non ritorno”. Il suo destino è profondamente impresso in ogni bomba sganciata sui civili palestinesi. Israele non può fare niente per salvarsi. Non c'è una strategia d'uscita. Non può ricorrere al negoziato perché né gli israeliani né la loro dirigenza comprendono le coordinate fondamentali del conflitto. Israele non ha il potere militare necessario a concludere la battaglia. Può riuscire a uccidere i dirigenti palestinesi, lo ha fatto per anni, ma la resistenza e la persistenza palestinese si stanno rafforzando, non indebolendo. Come predisse un generale dei servizi segreti militari israeliani già all'epoca della prima Intifada, “Per vincere i palestinesi devono semplicemente sopravvivere”. Stanno sopravvivendo, e stanno vincendo.

La dirigenza israeliana lo sa. Israele ha già tentato di tutto: ritiro unilaterale, assedio con privazione del cibo e adesso sterminio. Pensava di sfuggire al pericolo demografico riducendosi a un piccolo familiare ghetto ebraico. Niente ha funzionato. È la persistenza palestinese in forma di politica dell'Hamas a definire il futuro della regione.

Agli israeliani non resta che aggrapparsi alla cecità e all'escapismo per ignorare un destino infausto che è già diventato immanente. Nella loro caduta gli israeliani intoneranno i soliti inni vittimisti. Essendo imbevuti di una visione della realtà egocentrica e suprematista, si concentreranno completamente sul proprio dolore restando insensibili a quello che infliggono agli altri. Quando sganciano le loro bombe gli israeliani agiscono come un collettivo compatto formato da un solo uomo, ma non appena subiscono il minimo danno riescono a trasformarsi in monadi di vulnerabile innocenza. È questa discrepanza tra l'immagine che hanno di sé e il modo in cui noi li vediamo che trasforma l'israeliano in un mostruoso sterminatore. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di conoscere la loro storia, è questa discrepanza che impedisce loro di capire i molti ripetuti tentativi di distruggere il loro Stato. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere il significato della Shoah per evitare che si ripeta. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di far parte dell'umanità.

Ancora una volta gli ebrei si troveranno a errare verso un destino sconosciuto. In un certo senso, io stesso ho da tempo iniziato il mio viaggio.

Nota

[1] Legge del ritorno per soli ebrei: Law of Return 5710-1950. Si veda anche: Israel's "Right of Return" for Jews only but no Right of Return for Palestinians.

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Originale: Living on Borrowed Time in a Stolen Land

torra agoa<<

sabato 17 gennaio 2009

sighit genocidio deliberato

Ma quelli che stanno commettendo sotto i nostri occhi sono crimini enormi, vergognosi, violano norme internazionali sottoscritte, configurano un rifiuto della civiltà, esprimono una malvagità intollerabile; e la prima urgente carità – nel loro interesse - è esigere che rispondano di questi crimini, che vengano processati e puniti.

Se a commettere queste atrocità fossero la Svezia o la Spagna, non staremmo qui a sottilizzare, a sentirci obiettare che «Hamas tira i razzi» e cose del genere; tutto il mondo occidentale pretenderebbe l’apertura di un tribunale speciale;......

Con la Serbia di Milosevic, l’abbiamo fatto..................e nessuna Annunziata ci vieterebbe di dire che la loro azione è «sproporzionata». L’Italia è stata accusata in Europa per supposte discriminazioni contro gli zingari, figuriamoci.

....................

Ora, proprio questi «riguardi» sono quelli che incoraggiano questi malati armati - cattivi perchè malati e malati perchè cattivi - ad insistere nelle loro atrocità; sono certi dell’impunità perciò continuano, e ci intimano persino di tacere, di non protestare, altrimenti siamo «antisemiti», altrimenti «non siamo cattolici» perchè «gli ebrei devono essere amati», e magari «Gesù era ebreo».

Così, mentre noi usiamo riguardi, altri bambini muoiono, altri sono terrorizzati per sempre, altri feriti non possono essere portati in ospedale, altri restano senza cibo, senza cure, senza acqua e senza genitori.

Dunque, coi nostri riguardi, noi siamo complici di stermini e atrocità genocide; partecipiamo alla menzogna omicida, contribuiamo a intorbidare la verità – che è lo stesso che la giustizia.

Se tutta la comunità internazionale avesse minacciato un tribunale internazionale, non continuerebbero a «uccidere, uccidere e uccidere».

Dunque, basta parole, ne ho la nausea. Trattiamoli come tratteremmo gli svedesi, come abbiamo trattato i serbi o i sudafricani: e coloro che li giustificano, siano il rabbino Di Segni o Pacifici o Fini o Napolitano, trattiamoli, senza riguardi, da quel che sono: complici dei delitti contro l’umanità che avvengono oggi, qui, sotto i nostri occhi.

Non vediamo che già ci hanno deformato?

Buoni cattolici, nella chiacchiera che segue ai nostri articoli, badano a ricordarci che «Islam e cristianesimo sono antitetici»; ma qui, perdio, si tratta di centinaia di bambini che vengono volontariamente mutilati e bruciati da bombe atroci, di medici che vengono bersagliati mentre corrono a soccorrere i feriti, in modo deliberato; di civili che vengono sottoposti alla più spietata punizione collettiva, e ciò da anni.

Si tratta di atti bestiali, contrari alla civiltà, che lasciamo avvenire sotto i nostri occhi chiedendoci, in un talk show, se sono «proporzionati».

I cavalieri di Malta, combattenti in Malta assediata, curavano anche i feriti turchi e saraceni. Questo «era» il cristianesimo, questa l’Europa; ce lo siamo dimenticato?

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Chiediamoci, noi «veri» cattolici, magari «tradizionalisti», noi sicuri di avere la «vera» fede, che cosa grideremmo: Dio, lo accuseremmo, lo bestemmieremmo, gli urleremmo in faccia: «Anche Tu mi hai abbandonato!».

E non ci verrebbe in mente di dire che i nostri figli uccisi «hanno avuto il martirio»; ci domanderemmo il perchè, di omicidi senza ragione e senza senso; odieremmo, ma il «martirio» no, è cosa antica, di antichi cristiani, non di noi.

Ebbene, oggi i martiri sono lì; il circo è pieno di cadaveri lacerati, nel loro sangue, per divertire il popolo eletto e placare le sue angosce di colpa; e i sopravvissuti invocano Dio: «Solo Tu mi sei rimasto!».

Questa si chiama fede, signori.

Abbiate paura, «cristiani» che vivete nella paura dei musulmani, perchè – un tempo lo sapevamo – è questa fede che vince, mentre voi e noi, complici, svaniremo per non aver saputo difendere, con la giustizia e la verità, la nostra stessa civiltà

imprentau dae: Maurizio Blondet
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sighit lettera aperta a Renato Soru......

torra agoa<

E arrivo così al tema del lavoro. Negli ultimi decenni la Sardegna ha vissuto/subito la presenza dell’industria chimica. Tutti l’hanno voluta nell’illusione che comportasse il superamento dell’arretratezza e la crescita dell’occupazione. Non è andata così. Oggi resistono, continuamente minacciate, le ultime roccaforti del petrolchimico; offrono lavoro a migliaia di lavoratori che subiscono continui ricatti. Giustamente si fa di tutto per difendere l’occupazione residua ma si ha al tempo stesso la consapevolezza che questo settore interromperà l’attività produttiva fra non molto. Ecco, ciò che ancora manca nelle politiche del lavoro è la determinazione di destinare le risorse finanziarie della Regione alla crescita dell’occupazione secondo criteri che assicurino l’innovazione e la valorizzazione delle risorse locali, compresi il paesaggio e i beni culturali. Si parla ancora poco di riconversione ecologica dell’economia e si sottovaluta come la tutela ambientale possa e debba essere un obiettivo teso a modificare modi di produrre e a riorganizzare la vita sociale delle persone.Eppure la crisi economica che sta coinvolgendo il nostro pianeta non si supera senza un radicale cambiamento delle nostre abitudini. Presidente, Lei a volte dà l’impressione di essere più interessato alle grandi opere e di sottovalutare gli interventi minori che però possono garantire una maggiore diffusione delle attività produttive e un radicamento nel territorio. Questi due aspetti del sostegno pubblico all’economia vanno bene se sono complementari, diventano dannosi se squilibrati.Ecco, sarebbe importante che su tutti questi temi Lei operasse dei miglioramenti; in questo modo i tanti elettori incerti, anche a sinistra, potrebbero votare con un orientamento più chiaro e con la consapevolezza di non sprecare il voto.

torra a sa defenza<<

sighit lettera aperta a Renato Soru..

torra agoa<

Io sono un sostenitore del sistema proporzionale però ritengo che i sistemi maggioritari non siano tutti uguali e che sia possibile, anche all’interno di un sistema maggioritario, contenere l’accentramento dei poteri. La legge statutaria che è stata approvata non presenta queste caratteristiche, non è opportunamente bilanciata, riduce il ruolo non solo dell’esecutivo ma anche quello dell’Assemblea elettiva. Non credo che questo tema sia secondario, coinvolge aspetti fondamentali della democrazia, della partecipazione, della collegialità, insomma del lavoro di gruppo. E arrivo alla domanda/proposta: perché nel corso di queste settimane che ci separano dal voto non comunica agli elettori la Sua disponibilità al riesame di queste questioni? Non ritiene forse che per poter disciplinare la forma di governo della Regione, i rapporti fra i suoi Organi, i principi fondamentali di organizzazione e di funzionamento di questa istituzione, sia indispensabile predisporre un’ampia partecipazione dei cittadini sardi al dibattito e al confronto? Presidente, diversi elettori si interrogano ancora sul perché alcuni Assessori della sua Giunta siano stati sostituiti: è stato un gesto autoritario del Presidente, si chiedono, un licenziamento, o che altro? Lei invita spesso i sardi a tenere la schiena dritta. È una sollecitazione che sottende dignità e rispetto di sé e perciò Le fa onore. Ma questa caratteristica l´apprezza sempre nei suoi collaboratori? E’ diffusa l’idea, anche vicino a Lei, che preferisca l’accondiscendenza alla dialettica. Eppure l’esigenza di governabilità impone la necessità di un confronto, anche serrato se necessario, all’interno dell’esecutivo senza che il ruolo di primus inter pares del Presidente venga ridimensionato. Presidente, voglio proporLe altri due temi che ritengo importanti, riguardano il ruolo di pace che potrebbe svolgere la nostra isola e le questioni del lavoro. La Sardegna è invasa da basi militari, vengono continuamente condotte esercitazioni che devastano i nostri territori e danneggiano i nostri mari; non solo ma decine, forse centinaia di cittadini hanno subito gravi malattie a causa del materiale bellico che viene usato. Gli Stati più forti del pianeta rappresentano purtroppo il simbolo della sopraffazione e delle guerre. Eppure, appena si è parlato del G8 in Sardegna, è successo col governo Prodi, Lei ha accolto con entusiasmo questa eventualità. Questa decisione - sintetizzo con parole mie le sue affermazioni - rappresenta un riscatto per la nostra isola. Perché mai, Le chiedo io e, insieme a me, glielo chiedono tantissimi sardi? Perché dovremmo ospitare i capi di Stato dei maggiori paesi del pianeta con entusiasmo e al tempo stesso considerare questo evento un’occasione di riscatto della nostra terra? Non c’è un’incongruenza in questo atteggiamento? Presidente, teniamo la schiena dritta anche in questa circostanza e, quando verranno questi signori, diciamo loro che è ora che smettano di padroneggiare e se vogliono dialogare sul futuro del pianeta lo facciano negli Organismi internazionali universalmente riconosciuti. E rivendichiamo con loro e con il nostro governo il ritiro delle basi militari dalla nostra isola. Lei dirà che con la presenza dei G8 la Sardegna ha ricevuto dei finanziamenti con i quali sta realizzando opere pubbliche di primaria importanza. Non solo ma con questi investimenti si stanno creando anche occasioni occupative di cui abbiamo bisogno. Questa puntualizzazione è vera, ma il nostro riscatto, soprattutto quello delle fasce più deboli della popolazione, non può avvenire perpetuando una condizione di subalternità nei confronti chi detiene il potere, deve realizzarsi necessariamente attraverso una crescita politica e culturale. Ascoltiamo Vandana Shiva e lavoriamo assieme ‘per costruire sicurezza e rigenerazione basate sulla natura e su una visione condivisa verso il nostro futuro comune’.

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giovedì 15 gennaio 2009

sighit PIOGGIA DI BOMBE AL FOSFORO BIANCO

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"Tali risultati possono essere in linea con l'ipotesi che le a
armi in questione fossero delle DIME ( Dense Inert Metal Explosive), cioè degli esplosivi pieni di metallo inerte.

Il DIME è un missile racchiuso in un guscio di carbonio che all'impatto si frantuma in minuscole schegge. Il missile dispone quindi di una carica esplosiva che scaglia delle lamine cariche di energia costituite da una polvere di una lega metallica di tungsteno, ( HMTA ), nella lega ci sono componenti quali cobalto, nichel o ferro, racchiuse in un guscio di carbonio.

All'impatto, a causa della resistenza dell'aria, il materiale si trasforma rapidamente in polvere, bruciando e distruggendo qualsiasi cosa si trovi nel raggio di 4 metri, e non in quel tipo di schegge lamellari che sono prodotte dalla frammentazione di un guscio metallico.

La componente metallica è detta " inerte " in quanto non responsabile dell'esplosione, ma non perchè sia chimicamente o biologicamente inerte. In molti casi, i medici hanno riscontrato prove che i loro malati, mentre durante il primo giorno dall'esplosione apparentemente miglioravano, morivano poi improvvisamente dopo uno o due giorni.

"Non sappiamo cosa voglia dire, se si tratta di un nuovo tipo di arma o di qualcosa aggiunto ad un'arma già esistente " così ha detto il Dott. Saied Joudda, direttore del Kamal Edwan Hospitral a Beit Lahia.

Queste ferite furono viste inizialmente nel luglio 2006, dopo che Israele lanciò una massiccia offensiva militare contro Gaza il mese prima, alla fine di giugno; con gli israeliani che uccisero almeno 286 Palestinesi e ne ferirono oltre 4.200, secondo le stime dei servizi governativi di assistenza sanitaria a Gaza.

Il tungsteno, il principale materiale che dovrebbe schizzar fuori nella zona bersagliata, risulta essere anche altamente cancerogeno e nocivo per l'ambiente.

Secondo la rivista New Scientist, l'equipe guidata da John Kalinich presso l'Armed Forces Radio Biology Research Institute del Maryland afferma che, in una ricerca finalizzata a simulare le ferite da schegge lamellari, furono impiantati in 92 ratti dei pallini di una lega di tungsteno di qualità militare.

Entro cinque mesi tutti gli animali svilupparono un tipo raro di carcinoma chiamato rabdomiosarcoma.

Gli effetti carcinogenici dell' HMTA sono stati studiati dalle forze armate USA almeno fin dal 2000 ( insieme a quelli dell'uranio impoverito ).

E' risultato che queste leghe determinano delle mutazioni neoplastiche negli osteoblasti dell'uomo.

Il Dott. Mark Witten, un ricercatore sul cancro presso l'Università dell'Arizona, ha detto di essere preoccupato dei possibili collegamenti fra tungsteno e leucemia; egli ha detto " la mia opinione è che, prima che i militari ne aumentino l'uso, sono necessarie ulteriori ricerche sugli effetti del tungsteno sulla salute."

Successivamente, gli Israeliani in una dichiarazione, negarono l'uso di armi DIME, aggiungendo che " per motivi operativi, l'IDF ( Israeli Defense Forces ), non può specificare le tipologie e l'utilizzo di specifiche armi in suo possesso. "

Oltre alle attuali enormi sofferenze, i Palestinesi sopravvissuti a queste nuove armi, devono aspettarsi nel futuro di cadere vittime del cancro.

Hiyam Noir


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domenica 11 gennaio 2009

sighit I CRIMINI DI GUERRA DI ISRAELE....ERDOGan...

torra agoa<
L’entità ritenuta responsabile dei lanci sarebbe infatti la «Arab Islamic Resistance», un gruppo nato due anni fa con l’esplicito scopo di rivaleggiare con Hamas.

Il fondatore, Sayyed Mohammad Husseini, è sciita, è stato presentato al mondo dalla TV saudita (Al-Arabiyya), ed ha proclamato: «La nostra resistenza è arabo-islamica, con radici arabe», e non (come si ritiene essere Hezbollah) al servizio degli iraniani.

Improvvisamente strapieno di soldi, questo Husseini ha fondato ad ottobre una propria TV, per rivaleggiare con Al-Manar di Hezbollah, chiamata al-Ourouba («Arabismo»).

Si attribuisce 3 mila militanti armati e addestrati, pronti a combattere «ogni» nemico degli arabi (iraniani compresi). Questo personaggio ha vantato di avere un’arma esclusiva, che ha chiamato «il razzo arabo».

Non essendo riuscito a scalfire la popolarità di Nasrallah (il capo Hezbollah) nel Libano meridionale, Husseini è fortemente sospettato di voler raggiungere lo scopo utilizzando Israele per un nuovo round di combattimenti contro l’odiato rivale. I razzi misteriosi sparati dal territorio Hezbollah possono avere avuto proprio questo scopo.

Nel mondo arabo corrono voci secondo cui il regno saudita addirittura finanzierebbe le operazioni israeliane a Gaza, per neutralizzare in fretta Hamas la cui popolarità cresce nelle piazze sunnite.

Non c’è da stupirsi che corrano altre voci: la famiglia reale dei Saud discenderebbe da Mordakhai bin Ibrahim Musa, un mercante e avventuriero ebreo che avrebbe cambiato religione nel 1432, anno 851 dell’Egira (3).

Nella questione entra, naturalmente, l’interesse petrolifero. Secondo l’Observer, USA e Israele hanno pronto il progetto di un oledototto che dovrebbe portare il greggio iracheno ad Israele (oleodotto di Haifa) passando attraverso la Siria. Il progetto contempla ovviamente l’occupazione della Siria e la sua riduzione a «democrazia» sul modello dell’Iraq (4).

Il massacro di Gaza sarebbe dunque solo la prima fase di un vasto piano di controllo dell’intero Medio Oriente, in parte anche in funzione anti-turca, dato che l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan perderebbe importanza strategica.

Ciò potrebbe avvicinare ulteriormente Ankara a Teheran, che già collaborano contro il loro nemico comune nell’Iraq occupato: i curdi, manovrati dal Mossad.

Questo può dare un’idea della pericolosità delle avventure in questo settore del mondo. Senza contare che, per «giustificare» un ampliamento del conflitto alla Siria e all’Iran, sarà necessario un nuovo 11 settembre.

Che qualcosa del genere si stia preparando, gli indizi si moltiplicano; ne parleremo in un prossimo articolo.

Ma Israele non fa nemmeno mistero dei suoi piani di conquista:

«Israele deve prepararsi a volgere la sua potenza militare da Gaza all’Iran», spiega il generale Amir Oren su Haaretz.



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1) «Le fran-parler de la Turquie», Dedefensa, 8 gennaio 2009.
2) Sami Moubayed, «Rockets strikes reveal new foe in Lebanon», Asia Times, 10 gennaio 2009.
3) La curiosa storia si può leggere su «The Saudi dinasty: who are they?», al sito http://www.wakeupfromyourslumber.com/node/2853
4) Mike Whitney, «Israel dress reharsal for Lebanon», Global Research, 10 gennaio 2009.
FDF.com
imprentau dae Maurizio Blondet
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